Non parla di gol né di carriere. Esnáider si ferma sul punto più fragile della vita, quello che non si supera e non si perdona.
L’ultima intervista di Juan Eduardo Esnáider non serve a spiegare il calcio. Serve a ricordare che, prima dei gol e delle carriere, esistono le persone. Il punto non è la tattica, non è il passato, non è nemmeno la nostalgia. Il punto è il dolore.
Esnáider, ex attaccante argentino, ha parlato ancora una volta della perdita del figlio Fernando, morto a 17 anni il giorno di Natale del 2012. Non è un tema “da sport”, e infatti lui non prova nemmeno a incastrarlo dentro una cornice comoda. Resta una ferita che non si chiude e che, a sentirlo, non deve nemmeno fingere di chiudersi.
La parte che colpisce di più arriva quando Esnáider dice che la vita è stata davvero dura “una sola volta” e che quella cosa “non la perdonerà mai”. Parole senza zucchero, dette con una lucidità che spiazza. Non c’è la morale da fine intervista, non c’è il giro largo. C’è un confine netto: alcune perdite non si superano. Si imparano a portare, giorno dopo giorno.
Dentro questo racconto, il calcio resta sullo sfondo. Juventus, Real Madrid, partite importanti, stadi pieni. Tutto esiste, ma pesa meno. Non perché sia stato finto o inutile, ma perché dopo una tragedia così il successo cambia peso specifico. Il trofeo non cura. L’applauso non aggiusta. Il rumore si spegne quando la vita decide di colpire nel punto peggiore.
Un altro passaggio è quello sul silenzio. Esnáider fa capire quanto sia facile chiudersi, isolarsi, fingere di reggere. E allo stesso tempo sottolinea quanto sia importante affrontare il dolore in famiglia, senza trasformarlo in un tabù. Non come soluzione magica, ma come gesto necessario. Condividere per restare in piedi, anche quando la testa e il cuore vorrebbero scappare altrove.
Questa intervista ha un valore particolare anche per il modo in cui si pone. In un’epoca in cui molti ex calciatori cercano spazio con dichiarazioni ad effetto, qui succede l’opposto. Esnáider non cerca consenso, non si mette al centro per vanità. Si espone senza protezioni. Racconta una cosa vera, e proprio per questo fa male ascoltarla.
Alla fine resta una sensazione semplice: il calcio, per una volta, diventa secondario. Non perché non conti, ma perché la vita può metterlo in prospettiva in un attimo. Esnáider non chiede di essere capito. Non chiede compassione. Racconta e basta. E in un mondo che trasforma tutto in spettacolo, anche il dolore, questa scelta ha un peso enorme. Il rispetto sta lì, nella sobrietà con cui lascia parlare la ferita.
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