Il Como perde contro il Milan, ma Fabregas difende i suoi: silenzio, crescita e una frase che accende il dibattito oltre il risultato.
Un’istantanea onesta: una neopromossa che guarda una grande negli occhi, un allenatore che sceglie il silenzio nello spogliatoio e una frase che divide. Dentro, c’è la fame di chi non vuole più sentirsi piccolo.

Nel post-partita, la scena è quasi controintuitiva. Niente urla, niente processi, niente parole di pancia. Il tecnico del Como frena l’istinto e protegge il gruppo: “Non ho parlato ai ragazzi, ma non ho da rimproverare nulla”. È una frase che pesa, perché nasce da una partita sporca, fisica, giocata contro un avversario che ti costringe a misurarti con i dettagli. Contro il Milan, spesso, è lì che si decide tutto. Il resto sono scorie emotive.
C’è rispetto, prima di tutto. “Abbiamo perso, dobbiamo migliorare e provare a vincere la prossima partita. Possiamo parlare di tante cose: loro individualmente sono bravi, noi come loro possiamo migliorare in certe cose. Bisogna fare i complimenti al Milan, hanno loro ragione stasera.” Fabregas sposta il baricentro del discorso: la valutazione tecnica la lascia fuori, la gestione umana se la prende tutta. “La valutazione della partita fatela voi, io devo gestire il modo in cui rialzare la testa dei ragazzi.”
Fabregas oltre il risultato: l’idea prima del punteggio
Al netto del 1-3, il Como ha seguito una traccia riconoscibile. Blocco corto, uscite pulite, ampiezza cercata contro una linea alta. È qui che si vede la mano di Fabregas: ritmo semplice, scelte leggibili, zero fronzoli. Non sempre basta, soprattutto quando la qualità dell’avversario sale di colpo. E infatti la partita si decide su dettagli misurabili: una marcatura sul secondo palo, una copertura in transizione, un pallone “sporco” che diventa improvvisamente decisivo.
Il tecnico non si nasconde dietro al risultato, ma neppure lo ignora. “Normalmente parlo con i ragazzi dopo le partite, oggi cosa avrei potuto dirgli? Dopo una partita così, abbiamo fatto 1-3. Bravo il Milan, bravo il loro portiere e bravo Rabiot.” È una frase che racconta molto più di quanto sembri: riconoscere la superiorità individuale non significa rinunciare alla propria identità. Anzi, è spesso il primo passo per rafforzarla.
Poi arriva il punto che fa male, quello già messo sul tavolo prima del match: “Ci hanno fatto male in una delle cose di cui avevamo parlato.” È lì che si cresce. Perché il margine, contro squadre più attrezzate, passa da cose allenabili: il primo controllo, il primo passaggio, la concentrazione sulle palle inattive. Metri che valgono punti.
Nelle ultime ore, però, a far discutere è un’altra frase, rimbalzata fuori dal campo: “In 10 partite, il Como vince 8 volte.” Va chiarito: non esiste al momento una clip ufficiale che la certifichi parola per parola. Ma il senso resta. Non è arroganza, è un messaggio di autostima. Un modo per alzare l’asticella mentale e non farsi schiacciare dal peso della storia.
Perché la storia pesa. Il Milan ha scudetti, Europa, profondità di rosa. Il Como è tornato in Serie A dopo oltre vent’anni e sta ricostruendo identità e metodo. In mezzo c’è Fabregas, campione del mondo, passato tra Arsenal, Barcellona e Chelsea. Curriculum enorme, ma domeniche tutte uguali. La sua postura è coerente: responsabilità allo staff, protezione del gruppo, comunicazione asciutta. Il “nessun rimprovero” non è buonismo, è disciplina. Quando la testa brucia, la parola può aspettare.
Alla fine resta un’immagine precisa: una squadra che esce dal campo con la schiena dritta, uno stadio che mormora, un allenatore che sceglie il silenzio come forma di guida. “Fa male, ma dobbiamo continuare a crescere. Abbiamo tanti margini.” E forse quella frase, quel famoso “8 su 10”, è soprattutto un invito a smettere di pensarsi piccoli. La risposta, come spesso accade, è già nel primo passaggio che non sbagli.





