Firenze ha tributato il suo ultimo saluto al presidente della Viola Rocco Commisso, scomparso lo scorso 16 gennaio.
Il Duomo di Firenze, questa mattina, non è stato soltanto un luogo di culto. È stato uno spazio di raccoglimento civile, emotivo, quasi collettivo. Tra le navate si è composta una presenza composta ma intensa, fatta di volti noti e silenzi più eloquenti di qualunque discorso. La messa in suffragio per il presidente della Fiorentina Rocco Commisso, scomparso lo scorso 16 gennaio, ha richiamato la famiglia, le istituzioni e una parte significativa del mondo sportivo italiano. Ma soprattutto ha richiamato Firenze, nel suo senso più pieno.
In prima fila la moglie Catherine, il figlio Joseph e il direttore generale della Fiorentina Alessandro Ferrari. Attorno a loro una partecipazione che racconta, senza bisogno di forzature, il perimetro umano e pubblico costruito da Commisso negli anni. Si sono notati il presidente della Lega Pro Matteo Marani, l’ex calciatore viola Borja Valero, l’ex sindaco di Firenze Dario Nardella e l’attuale sindaca Sara Funaro. Presente anche Enrico Lotito, figlio di Claudio, insieme al Ceo della Lega Serie A, Luigi De Siervo. Un parterre trasversale, istituzionale ma non freddo, che restituisce la misura di ciò che Commisso è stato: non solo un presidente di calcio, ma un riferimento riconosciuto.
Il momento più intenso è arrivato con l’omelia del cardinale Giuseppe Betori. Parole lunghe, meditate, che non hanno cercato l’effetto ma la verità emotiva. Un passaggio, in particolare, ha raccolto il senso profondo della celebrazione: “Quando ci lascia una persona che abbiamo stimato per come ha vissuto e per quanto ha realizzato con il suo lavoro, quando ci lascia una persona a cui dobbiamo gratitudine per quanto ha dato alla nostra città, quando ci lascia una persona a cui abbiamo voluto e vogliamo bene perché ci ha fatto dono della sua umanità – idee, azioni e cuore – dobbiamo confessare che fatichiamo a trovare parole”.
Non un elogio formale, ma un riconoscimento netto. Betori ha parlato dello “scandalo della morte” come ferita umana, ma anche del valore di una vita che ha lasciato tracce concrete. Ha nominato Commisso come “uomo, imprenditore e amico”, sottolineando il legame con Firenze non come slogan, ma come scelta reiterata. “L’innamorato di Firenze”, lo ha definito, ricordando il ruolo di presidente della Fiorentina e la dimensione privata: “affettuoso sposo di Caterina e padre di Giuseppe e Marisa”.
È in questo equilibrio, forse, che si trova la chiave del ricordo. Commisso non viene salutato soltanto per ciò che ha fatto, ma per come lo ha fatto. Per la capacità di tenere insieme visione imprenditoriale e radicamento emotivo, ambizione sportiva e rispetto istituzionale. Firenze lo ha percepito, nel tempo, come una presenza stabile, non episodica. E il Duomo pieno, ma composto, lo ha dimostrato senza bisogno di proclami.
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