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Lang si toglie dei macigni dalle scarpe: che bordate contro Conte

Noa Lang rompe il silenzio dopo l’addio al Napoli: parole dure su Conte, il Galatasaray e una stagione mai davvero decollata.

Ci sono interviste che chiariscono. Altre che liberano. Quella concessa da Noa Lang a ESPN appartiene alla seconda categoria. Il talento olandese, oggi in prestito al Galatasaray, ha deciso di parlare senza giri di parole del suo breve e tormentato passaggio a Napoli, puntando il dito direttamente contro Antonio Conte. Non una frase buttata lì, ma un discorso costruito, ragionato, che lascia poco spazio alle interpretazioni.

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Lang non cerca l’effetto speciale. Anzi, parte da una premessa quasi difensiva: il rispetto per il club, il contratto ancora in essere, il legame con molte persone dell’ambiente. Poi però arriva il punto centrale, quello che spiega tutto il resto. «Non ho mai avuto nessun tipo di feeling con l’allenatore». È una frase secca, che pesa. Perché detta così, senza contorni, diventa la chiave di lettura di una stagione che non è mai davvero iniziata.

L’esterno olandese respinge con decisione l’idea che la responsabilità sia solo sua. In patria, racconta, molti sono convinti che il problema sia stato il suo carattere, il suo modo di stare in campo. Lui ribalta la prospettiva e rilancia: «Un giorno la verità verrà a galla». Non è una provocazione. È la sensazione, nemmeno troppo nascosta, di essere stato giudicato prima ancora di essere messo davvero alla prova.

La verità di Noa Lan (e del trattamento iniquo ricevuto a Napoli)

Uno dei passaggi più interessanti riguarda la scelta di andare via dopo appena sei mesi. Lang chiarisce subito di non essere uno che scappa. «Di solito non sono uno che vuole andarsene dopo sei mesi», spiega. E aggiunge un dettaglio che pesa: al Napoli, dice, nove persone su dieci non volevano che lasciasse la squadra. Era inserito nel gruppo, si allenava bene, si sentiva parte del progetto. Il problema, ancora una volta, era altrove.

Quando ha avuto spazio, racconta, le critiche non sono mancate. Critiche che lui considera ingenerose, soprattutto in relazione allo stile di gioco e al rendimento effettivo. Non una difesa cieca di sé stesso, ma la rivendicazione di una normalità che non gli è stata concessa: giocare, sbagliare, crescere. Elementi basilari, soprattutto per un calciatore arrivato con aspettative alte e un investimento importante alle spalle.

Il concetto di trattamento non equo ritorna più volte. Lang lo esplicita senza giri di parole: «Bisogna essere trattati in modo equo, al Napoli non ho avuto affatto questa sensazione». All’inizio aveva pensato di restare e lottare per conquistare la fiducia dell’allenatore. Poi però è entrato in gioco un fattore decisivo: il Mondiale estivo. Restare ai margini significava rischiare troppo.

Da qui la scelta del Galatasaray. Non una fuga, ma una mossa calcolata. Un grande club, un contesto diverso, la possibilità di rimettersi in carreggiata. Anche economicamente l’operazione è chiara: prestito oneroso da 2 milioni di euro, stipendio da 1,75 milioni fino a giugno, diritto di riscatto sul tavolo. Numeri che raccontano una gestione ancora aperta, non una storia chiusa.

Il bilancio con il Napoli, però, resta impietoso. Circa 960 minuti complessivi tra campionato e coppe, 18 presenze, un solo gol in Serie A. Troppo poco per giustificare un investimento da oltre 25 milioni più bonus. E troppo poco, soprattutto, per capire davvero che giocatore potesse essere Lang in azzurro.

Le sue parole non sembrano dettate dal rancore, ma da un’esigenza precisa: rimettere ordine alla narrazione. Spostare il discorso dal “carattere difficile” al contesto. Dal giudizio sommario al rapporto, mai nato, con l’allenatore. Macigni, più che sassolini.

R.D.V.

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