Gianfilippo Materazzi, nipote di Marco, ha scelto la Serbia Under 17. Ruolo, numeri e motivazioni dietro la decisione.
Un cognome che pesa, una scelta che fa discutere. E no, non è la prima volta che succede. Negli ultimi anni la questione dei doppi passaporti è diventata quasi una sottotrama fissa del calcio italiano: talenti cresciuti qui che scelgono altro, oppure tengono aperta una porta diversa. È successo con Valentin Carboni, che ha optato per l’Argentina. Sta accadendo con Honest Ahanor, nato ad Aversa ma con la Nigeria sullo sfondo. E il ct australiano Tony Popovic continua il pressing su Cristian Volpato. Per non parlare di quel Tresoldi che con la Nazionale vorrebbe giocare ma che invece veste la casacca dell’Under 21 tedesca. Ora tocca a un altro cognome che, in Italia, non passa inosservato.

Perché quando leggi Materazzi, il pensiero corre subito a Marco, al Mondiale 2006, alle notti di Berlino e alle polemiche che hanno segnato un’epoca. Ma stavolta la storia prende un’altra direzione geografica: Gianfilippo Materazzi, classe 2009, ha risposto alla convocazione della Serbia Under 17. Sì, Serbia. E la notizia ha inevitabilmente acceso la curiosità (e sembra di rivedere la parabola di Thomas Buffon che ha scelto la Repubblica Ceca).
Chi è Gianfilippo Materazzi e perché ha scelto la Serbia
Il ragazzo ha il doppio passaporto italiano e serbo grazie alle origini materne, e nei giorni scorsi ha deciso di accettare la chiamata della federazione balcanica. L’annuncio ufficiale è stato accompagnato da parole molto evocative: “La prima convocazione in Nazionale per qualsiasi giovane calciatore è un passo importante, ma anche una responsabilità. Nel caso di Gianfilippo Materazzi, quella convocazione porta con sé anche una forte emozione familiare, il ricordo delle sue radici e il desiderio di confermare sul campo il suo amore per la Serbia. Per la Federcalcio serba, storie come queste dimostrano che la maglia con lo stemma nazionale ha un significato speciale. Non solo per i giocatori che la indossano, ma anche per le famiglie che la vedono come un sogno che si avvera. Perché la nazionale non è solo una squadra. È un legame, un’identità e un cuore che, ovunque batta, riconosce i suoi colori. Gianfilippo, benvenuto nella nazionale serba!”
Parole che raccontano molto più di una semplice convocazione. Raccontano una scelta identitaria, almeno in questa fase. Perché è bene ricordarlo: a livello giovanile le porte restano aperte. Non è una decisione definitiva, non ancora. Ma è un segnale.
Gianfilippo gioca nella Lazio Under 17, allenata da Cristian Ledesma. Compirà 17 anni ad aprile ed è già titolare stabile nel suo gruppo: 17 presenze stagionali, quasi tutte dall’inizio, con 2 gol e 2 assist. Numeri che non gridano al fenomeno, ma che raccontano continuità. E a quell’età la continuità vale più di un exploit isolato.
A differenza dello zio Marco, difensore centrale roccioso e uomo da area di rigore, lui è un esterno offensivo. Parte preferibilmente da sinistra, piede destro, cerca il tiro a rientrare o l’imbucata per i compagni. Un profilo moderno, più tecnico che fisico, più attaccante che marcatore. Il cognome suggerisce un certo temperamento, ma il ruolo è un altro mondo.
Qualcosa da sistemare c’è, come è normale che sia: quattro ammonizioni in stagione indicano un carattere acceso, forse ancora da incanalare (o forse semplicemente una caratteristica di famiglia). Però il tempo è dalla sua parte, e l’interesse di club importanti – si parla di attenzioni da parte di Juventus e Milan – dimostra che il talento è monitorato.
La domanda, in fondo, resta sempre la stessa: l’Italia poteva fare qualcosa in più? Forse sì, forse no. In queste dinamiche contano le sensazioni, i legami familiari, il sentirsi chiamati davvero. E se la Serbia ha saputo toccare quelle corde, è comprensibile che un ragazzo di 16 anni abbia seguito il cuore.
Un Materazzi in Nazionale, dunque. Non con l’azzurro addosso, almeno per ora. Ma con una storia che è appena all’inizio e che, come spesso accade nel calcio moderno, intreccia identità, opportunità e appartenenza. E non è detto che il capitolo italiano sia chiuso per sempre.





